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lunedì 27 aprile 2009

Il G8 è un imbroglio

Spostare il G8 a L'Aquila?
Un altro inutile segno di spettacolarizzazione della tragedia. Un vertice come questo ha solo una funzione mediatica, ma non aiuta a risolvere i problemi e non aiuterà i terremotati. E, come ogni vertice, produrrà solo promesse che non verranno mantenute. Perchè gli otto grandi non sono in grado di prendere decisioni da soli, ma devono accordarsi con gli altri. Il G8 è superato dal G20. Il G8 è un male per il mondo, perchè mortifica le istituzioni internazionali democratiche che sono i veri luoghi della ricerca delle soluzioni ai problemi globali. Il G8 costa un sacco di soldi: oltre 400 milioni di euro (soldi pubblici). Berlusconi ha detto che, spostando il vertice a L'Aquila ne ha risparmiati 220 ma non ha detto quanti ne ha spesi fin'ora e quanti ne dovrà ancora spendere per i lavori avviati e non conclusi in Sardegna (alla Maddalena), nè quanti a L'Aquila per garantire un buon soggiorno ai potenti della terra. Questo vertice presenta sin dall'inizio un sospetto di imbroglio. Inutilità e inconcludenza.

sabato 25 aprile 2009

Fino a quando?

Un ricordo: Enzo Biagi e la sua prima intervista a Roberto Saviano.
"Fin quando negli appalti si vincerà sempre con il massimo ribasso, fin quando l'unico obiettivo sarà quello del massimo profitto, fin quando continuerà ad esserci un enormemente aumento del lavoro nero, il lavoro nero utilizzato nelle fabriche del nord. Fin quando le imprese del nord italia, spesso in regioni che hanno visto politici essere molto diffidenti verso il sud, come il veneto, hanno sversato, e sverseranno, per trent'anni i loro rifiuti tossici nel sud italia, avvelenando per sempre la mia (e la nostra) terra..."
Fino a quando riusciremo a resistere a tanto dolore e a tanto male?
Come disse Falcone, le mafie sono un fatto umano e in quanto tale, ha un inizio e una fine. Con la speranza che la fine di questo evento umano non coincida con la fine dell'uomo.

venerdì 24 aprile 2009

Due binari possono incrociarsi?



Questo pomeriggio a Bologna presso la libreria coop ambasciatori è stato presentato un anomalo e originale testo, o meglio, un diario di viaggio che percorre due binari paralleli che hanno imparato ad incrociarsi: la scienza e la città. Da un lato c'è un mondo visto attraverso gli occhi di un sociologo impegnato nel dare vita a spazi sempre più ricchi di formazione, tramite l'utilizzo dell'innovazione, dell'organizzazione e della tecnologia. Dall'altro, lo stesso mondo, ma da un'altra angolazione, quella della vita quotidiana in città, mostrata tramite l'occhio attento di un giovane che scruta una nuova cultura senza la prestesa di condividerla, ma di provare semplicemente a viverla e a sentirla. Questo è il mondo dove è possibile far incrociare due binari così diversi, ma in fondo così uguali. E' il mondo di Enakapata, diario di vita e di scienza da Secondigliano a Tokyo, scritto da Vincenzo e Luca Moretti.
Consiglio vivamente la lettura.

lunedì 20 aprile 2009

Mi offendo, Paolo Rossi

"Mi offende il fatto che quando non sono d'accordo su una cosa, mi dicono che remo contro. Mi offendono le nocche dei giornalisti che battono sul vetro delle macchine dei terremotati e chiedono: "Come va? Avete passato la notte in macchina per la paura?", Cosa deve rispondere? No, perchè volevamo vedere l'alba!
Mi offendono quelli che si mettono il casco da pompiere, ma si vede che è per la prima volta. Mi offendono quelli che consolano le vecchiette e ci tengono a farcelo sapere. Mi offendono gli ospedali costruiti come si costruiscono i castelli di sabbia sulla spiaggia. Mi offendono certe parole, tipo "terremotati andate tutti al mare, tanto paga lo stato, fate finta di fare una bella vacanza, e quelli del belice: "ci sarebbe un posticino anche per noi che stiamo nei container da anni". Mi offende l'entusiasmo nazionale per un cane randagio salvato dalle macerie, quando due giorni prima tutti volevano sterminarli in sicilia. Mi offendono le tette delle inviate che stanno troppo su, davanti alle case che vanno troppo giù. Mi offendono gli ingegnieri che dicono che le case che son crollate erano in regola, è il terremoto che non è a norma. E' dalla preistoria che arriva quando cazzo gli pare e non avverte mai!
Mi offendono i gadgets dei quotidiani, la social card, i bambini che urlano a ristorante, ma soprattutto mi offende l'impossibilità di non poter picchiare i genitori di questi bambini. Mi offendono quelli che dicono che l'aids si combatte solo con la castità. Sarebbe come dire che la miopia si sconfigge al buio chiudendo gli occhi. Mi offendono i farmacisti che quando gli chiedi la pillola del giorno dopo, ti rispondono: "E passi domani". Mi offende il silenzio che ci sarà sugli appalti per la ricostruzione. Mi offende il fatto che si accusi roberto saviano per aver detto che ci sarà il silenzio sugli appalti per la ricostruzione. Mi offende che chi invoca silenzio è quello che parla di più. Mi offende e mi danna stare qui a parlare ancora della satira.
Qualcuno ha detto che la vera libertà di espressione è dire quello che la gente non vorrebbe sentirsi dire. Orwell l'ha detto."

sabato 18 aprile 2009

La primavera antirazzista comincia


Pochissimo o nessuno spazio oggi nei nostri telegiornali per la manifestazione di questa mattina a Castelvolturno, in provincia di Caserta, per ricordare sei amici africani, di varie regioni, e un italiano, uccisi a fuoco dal gruppo di Giuseppe Setola nella notte tra il 18 e il 19 settembre 2008. Esattamente sette mesi fa, in questa stessa ora, sette persone innocenti morivano per mano della comorra. Colpiti a freddo da 130 proiettili partiti dalle mani di sette sicari a bordo di un'auto e una moto che impugnavano kalashnicov, una calibro 9x21 e una 9x19. Ritenuti immediatamente responsabili di una resa dai conti da parte del clan per punire gli immigrati di spacciare droga in una piazza da loro controllata. Il luogo comune è sempre lo stesso da queste parti: se ti hanno ammazzato e perchè c'eri dentro anche tu. I senegalesi hanno protestato. Un altro capro espiatorio per deviare l'attenzione dal problema reale: la guerra tra clan, in particolare quello dei casalesi. Importante è ricordare i loro nomi sono: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Nessuno di loro aveva precedenti penali. E nessuno di loro aveva contatti con la camorra.

Don Luigi Ciotti, 21 marzo Napoli

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venerdì 17 aprile 2009

Se il piccolo(e bello)alza la voce

Questa mattina è stato pubblicato su http://itaalia.wordpress.com/2009/04/17/kui-vaike-ja-ilus-tostab-haalt/ un blog sull'Italia in lingua estone, un mio articolo che riporto per intero:
"Forse molti non sanno, o forse molti ignorano, che esiste un’Italia che non fa notizia, che non merita la prima pagina dei maggiori quotidiani e che parla a bassa voce. E’ la voce di una parte dell’Italia. E’ il Mezzogiorno. Quello descritto come la parte marcia del paese. Il problema dell’intero paese. Il luogo delle mafie, del traffico di droga e delle violenze di ogni tipo. Tutto questo è vero. Ma è vero anche il contrario. Il sud d’Italia non è solo questo.
“Casalesi è il nome di un popolo, non di un clan” (della camorra). E’ la frase che una ragazza ha pronunciato nella sua scuola a Casal di Principe, in provincia di Caserta (Campania). Per sottolineare che quello non è solo il luogo della criminalità, ma è una cittadina dove vive anche della gente onesta che non merita di essere etichettata ed esclusa. Un’altra ragazzina, che nessun giornalista ha ascoltato, proviene da un quartiere periferico di Napoli. Lei ha 13 anni. Frequenta la terza media. Nel suo compito in classe scrive: ”Vivo in una realtà difficile, non è tutto rose e fiori, ma se c’è qualche cosa di buono nessuno lo racconta. Perché non si parla di noi che lavoriamo? Perché non si parla di noi che vogliamo cambiare?”. Questa ragazzina rivendica ciò che di bello c’è nel posto in cui vive, ciò che di importante si fa e del modo in cui si fa.
Queste due semplici testimonianze ci dicono che le persone non sono contenitori che qualcuno riempie, ma sono risorse, idee e intuizioni che vengono fuori con forza e con rabbia, soprattutto in territori troppo spesso soffocati. Parlare di quello che c’è di buono e di bello in questo paese non conviene a nessuno, perché è l’elemento tragico e violento che fa guadagnare i quotidiani. Ma c’è una parte della popolazione italiana che è stanca di ascoltare solo queste notizie. Quella che ha deciso di spegnere la televisione (soprattutto durante il pranzo e la cena). Quella che usa altri canali per informarsi e quella che va aldilà della superficie di una notizia. C’è una parte di questa popolazione che vuole capire, che vuole cambiare a partire dalle cose belle che abbiamo come popolo e come paese. E’ un’Italia che sta rivendicando il proprio essere.
Ogni anno, per un giorno, queste persone si riuniscono in una città diversa per manifestare contro le mafie. E’ il popolo di Libera, Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie. Un popolo in forte aumento. Quest’anno la manifestazione si è svolta a Napoli. Secondo gli organizzatori, c’erano 150 mila persone da ogni parte del paese e non solo. Da quest’anno hanno partecipato anche i parenti delle vittime di mafia provenienti dalla Polonia, Turchia, Senegal. Libera nasce il 25 marzo del 1995 con don Luigi Ciotti e con una donna, che ha perso suo figlio, un ragazzo di 23 anni da poco entrato in polizia. Vale la pena conoscere la sua storia per capire il senso che c’è dietro le parole silenziose di chi vuole lottare per un’Italia e per un mondo migliore. Dopo un breve tempo presso la caserma di Torino, questo ragazzo di 23 anni, è stato mandato nella città di Palermo, nella sezione catturandi della squadra mobile. Erano gli anni 1984-85. Un momento storico importante: una squadra mobile che decide di realizzare una squadra ad hoc con figure professionali specifiche per catturare i latitanti mafiosi. Arriva questo ragazzo che entra a far parte di questa squadra. Per ragioni di famiglia, la mancanza del padre e i problemi di salute della madre, è costretto a chiedere il trasferimento. Lavorerà a Roma. Qui s’innamora di una stupenda ragazza. Durante le ferie estive decide di portare la sua ragazza in Sicilia, a Palermo per mostrarle dove lavorava e per farle conoscere il suo commissario della squadra catturandi, Ninì Cassarà. Con grande soddisfazione le presenta i suoi vecchi colleghi e le mostra questa bellissima città: il mare, il porto, il centro storico. Dopo questa vacanza estiva avrebbe dovuto riprendere il suo lavoro a Roma. Quando ancora era lì, però, viene ucciso il commissario Beppe Montana. Partecipa con grande dolore ai funerali con la sua ragazza e si rende conto che il suo commissario, Cassarà, collega di Montana, è in pericolo. Sente che non è protetto. Sente che è lasciato solo. A questo punto, guarda la sua ragazza e le dice che ha deciso di restare lì per proteggere il suo commissario. Accompagna la sua ragazza a Roma. Ritorna a Palermo e scorta volontariamente il commissario Cassarà. Moriranno tutti e due con 71 colpi di mitraglietta. Era il 6 agosto 1985. Lui, con la sua grande generosità e il suo commissario, con il suo forte impegno contro la mafia siciliana. Lui era Roberto Antiochia. Sua madre, Saveria Antiochia e don Luigi Ciotti, hanno dato vita a Libera e insieme hanno deciso che doveva esserci un giorno all’anno, in cui tutti i parenti delle vittime di mafia e tutti coloro che s’impegnano contro le mafie, devono incontrarsi per camminare insieme e ascoltarsi reciprocamente. E’ stato scelto il primo giorno di primavera, il 21 marzo. Per dare una segnale di speranza e di cambiamento.
Oggi, la manifestazione del 21 marzo non è più il punto di partenza. E’ il punto di arrivo, dopo un anno di lavoro comune e comunitario in giro per le scuole di tutt’Italia insieme ai parenti delle vittime di mafia, per iniziare a cambiare la realtà in cui viviamo quotidianamente.".

Un mondo da realizzare

Particolarmente interessante è l'iniziativa dell'Istituto sindacale per la cooperazione internazionale per promuovere i diritti umani, a partire dal diritto fondamentale del lavoro. Ne è nato un blog: http://www.ilmondochevorrei.org finalizzato ad una raccolta fondi per l'assegnazione di borse di studio per l'anno scolastico 2009/2010 per tutti i figli delle vittime di incidenti sul lavoro. I beneficiari del progetto sono tutti gli studenti residenti in Italia delle scuole primarie, secondarie e gli studenti universitari, orfani delle vittime delle morti sul lavoro avvenute dal 1 gennaio 2005.
Oltre ad essere un progetto interessante, mi sembra un ottimo e importante modo per prendersi cura del nostro futuro, ma soprattutto di dare una risposta di "vita" dopo una morte inaccettabile come quella che colpisce chi sta esercitando un proprio diritto: il lavoro.

mercoledì 15 aprile 2009

Perchè nessuna donazione in Abruzzo

Dopo la prima scossa che ha segnato una regione l'Abruzzo, e una città, L'Aquila, il 6 aprile 2009, sono iniziati immediatamente ad arrivare fondi e donazioni di ogni genere e da ogni parte d'Italia. Sin dall'inizio le mie preoccupazioni sono ricadute proprio sulle modalità di aiuto, soprattutto sottoforma di denaro, verso questa gente. Un articolo di Giacomo di Girolamo, inviatomi dalla mia amica Enrica, rende benissimo questa mia rabbia e preoccupazione:"Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no-stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare. Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese. E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo. Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto."

venerdì 10 aprile 2009

Napoli, 21 marzo 2009



Per un giorno, quello che dà il benvenuto alla primavera, Napoli è stata protagonista della XIV Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo di tutte le vittime di mafia. Una città che ha ospitato, secondo gli organizzatori (in particolare Libera Avellino!) 150 mila persone provenienti da tutta Italia, e non solo. Quest'anno c'erano anche parenti di vittime di mafia provenienti dalla Polonia, Russia, gli amici del Senegal.
Abbiamo camminato, ascoltato e guardato con attenzione. 500 famiglie colpite dalle mafie erano presenti. Insieme ai tanti studenti e giovani. E don Tonino Palmese. E don Luigi Ciotti. Con la sua forza di gridare "voi istituzioni dovete fare la vostra parte, se noi cittadini c'impegnamo a fare la nostra" guardando il sindaco Iervolio e il presidente Bassolino. Com'era immaginabile, non sono mancati i fischi quando Bassolino ha letto alcuni dei nomi vittime di mafia. Ma non sono mancati neanche gli applausi per alcune testimonianze e per il rappresentate del senegal a castelvolturno, dopo l'uccisione brutale di 7 senegalesi per mano della camorra. Inaspettata e improvvisa anche la presenza di Saviano e della sua voce tremolante mentre pronunciava quei nomi.